Cosa dire quando il “nuovo” non innova?
Riviste mediche e media in generale danno grande risalto ai nuovi farmaci biotecnologici, alimentando le aspettative degli operatori sanitari e dei pazienti. Per tutti questi, un recente articolo pubblicato sul British Medical Journal deve essere risultato come una vera doccia fredda. L’analisi, intitolata Disappointing biotech, ha valutato il grado di innovatività e le prove di efficacia a supporto di questi nuovi farmaci ottenuti da DNA ricombinante o mediante altre biotecnologie. L’articolo prende in considerazione tutti i farmaci biotecnologici registrati dall’Agenzia Europea dei Medicinali (EMEA) dal 1995 (anno della sua costituzione) al 2003.
Ciò che risulta è che, nel periodo considerato, sono stati registrati 87 prodotti biotech, corrispondenti a 65 principi attivi, di cui 4 ad uso diagnostico. Dei 61 medicinali autorizzati a fini terapeutici:
- 15 rappresentano innovazioni terapeutiche, intendendo con ciò quei farmaci destinati al trattamento di patologie prive di terapia efficace oppure quelli che risultavano più efficaci dei trattamenti esistenti o attivi in pazienti con resistenze alle terapie già disponibili;
- 22 offrono vantaggi di natura non terapeutica rispetto a prodotti già esistenti: 10 in termini di maggiore sicurezza, in quanto privi di contaminazione virale o con ridotta capacità di indurre la formazione di anticorpi rispetto a quelli di origine estrattiva, e 12 in termini di convenienza, in quanto in grado di migliorare la compliance terapeutica (vaccini multipli; preparati somministrabili una volta alla settimana anziché trecinque volte);
- 24 sono da considerarsi farmaci me-too, cioè analoghi di prodotti già disponibili, nei cui confronti non è stato dimostrato alcun vantaggio. In questa categoria sono stati classificati anche principi attivi indagati con studi di superiorità rispetto al placebo (laddove fosse risultato disponibile un farmaco attivo) o di non inferiorità verso un comparatore attivo.
Secondo questo studio, peraltro in linea con lavori condotti da altri gruppi, circa il 20% dei prodotti biotecnologici registrati dall’EMEA sembra costituire un’effettiva innovazione clinica.
Per i 15 farmaci giudicati innovativi, sono stati valutati anche gli aspetti metodologici degli studi inclusi nei dossier registrativi. In molti casi la sperimentazione è apparsa carente o quantomeno discutibile sul piano clinico: dose ottimale mal definita; impiego del placebo pur essendo disponibili comparatori attivi; ricorso a end point deboli o surrogati; utilizzo del disegno di non inferiorità; conduzione di studi in aperto senza randomizzazione; efficacia e sicurezza stimate con analisi per sottogruppi “post hoc” oppure in studi di fase II in assenza di confronto.
In questo contesto, il fatto che la legislazione non preveda che un farmaco debba essere approvato secondo i criteri rigidi di“progresso terapeutico” può indubbiamente rappresentare un limite. Tuttavia, l’autorità regolatoria ha la facoltà di richiedere i dati mancanti anche dopo aver concesso l’approvazione, e la nuova legislazione farmaceutica europea prevede che il mantenimento in commercio di specifici farmaci sia subordinato alla conduzione di ulteriori studi e alla fornitura di documentazione aggiuntiva da partedlle aziende (conditional approval).
Certamente rimane il problema di come comunicare correttamente i limiti di questenuove terapie ai medici prescrittori, ai farmacisti e, in ultima analisi, ai pazienti. Troppo spesso i media accendono incautamente i riflettori sui medicinali biotecnologici, dando per assunto che si tratti di terapie innovative. Il termine “biotech” non è, come si vede da quest’analisi, una garanzia di migliore efficacia e sicurezza. Certamente, l’alto costo di questi nuovi farmaci deve far riflettere soprattutto i sistemi sanitari nazionali che vogliono continuare a garantire un accesso universale alle terapie realmente efficaci.
Si tratterà, quindi, di far crescere il sensocritico degli operatori sanitari per individuare le vere e le false novità, senza passare per chivuole limitare terapie innovative, magari per motivi puramente di costo.

