Farmaci essenziali e primary health care: a 30 anni dal WHO TRS 615 e da Alma Ata
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Il punto di partenza e la chiave di lettura della riflessione si trovano nella stretta coerenza e continuità, di metodo e di progettualità, tra i termini che qualificano i documenti dell'OMS: "essenziali" e "primary health care". Il contesto della fine degli anni '70 era quello della "maturità" della prima rivoluzione farmacologica e tecnologica della medicina e della sanità "moderne" (per l'Italia si era anche alla legge 833 istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale). Rappresentante ed interprete ufficiale della "salute pubblica" come espressione del diritto universale all'accessibilità alle risorse sanitarie, l'OMS sottolineava con le sue definizioni i criteri che dovevano guidare una politica al servizio del diritto delle persone, come individui e come collettività: tutto, e solo, ciò che è in grado di modificare-controllare i rischi di morbi-motilità dei singoli e delle popolazioni deve essere considerato essenziale, cioè dovuto e fruibile, alle condizioni di mercato (costi e modalità di distribuzione e di accesso) più favorevoli, a parità dimostrata di efficacia e di sicurezza. La primary care, cioè la continuità dei servizi di base e specialistici (in quest'ordine di priorità e di investimenti), è il contesto che rende possibile ed appropriata la trasferibilità della logica e degli strumenti "essenziali" nelle realtà assistenziali.2
La seconda (anni ‘80-‘90) e la terza (quella che caratterizza gli ultimi dieci anni) rivoluzione farmacologica (e tecnologica) diventano il test della tenuta e della praticabilità di quei principi: ovvi dal punto di vista di una razionalità scientifica al servizio della salute come diritto, ma profondamente in controtendenza rispetto ad una duplice evoluzione:il comparto del farmaco diventa esplicitamente, ed in modo esponenzialmente crescente, espressione di una produzione che risponda primariamente alle regole-leggi del mercato;
i servizi sanitari diventano anzitutto un capitolo della pianificazione economica, nei singoli paesi e nelle realtà regionali o globali.
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Non ci sono risposte semplici: soprattutto perché non si possono cercare né trovare all'interno dell'ambito sanitario, che è espropriato della sua competenza specifica di essere primariamente un servizio ai bisogni di salute. Principi e criteri di scelta o di controllo tra i tanti beni di mercato sono imprescindibili per limitare i margini di palese inefficacia e di rischio. Essi però rappresentano semplicemente una strategia a posteriori, sostanzialmente dipendente, di contenimento parziale, di sorveglianza, sempre precaria, di compatibilità economiche, dovendo rinunciare di fatto ad entrare nel merito della qualità dei contenuti delle prescrizioni, e ancor meno dei risultati dei comportamenti, delle strategie diagnostico-curative.4
Diventa "essenziale" confrontarsi direttamente non con i prodotti, ma con le progettualità e le modalità con cui si producono le conoscenze che stanno nei prodotti. È il passaggio (in termine di integrazione) dalla logica della Commissione Unica del Farmaco alla legislazione sulla sperimentazione: non solo, né principalmente, come recepimento di una normativa europea e globale, ma anche come attivazione nella rete diffusa di tutti i servizi del sistema sanitario nazionale (inclusa la medicina generale) di una cultura della responsabilità nella produzione delle conoscenze. Con tutte le sue difficoltà e parzialità operative, la rete dei Comitati etici si propone come l'espressione organizzata e permanente (almeno) di una presa di coscienza, e in carico, delle priorità di porsi domande: non solo, né principalmente, sulla correttezza formale dei modi e dei metodi di produrre conoscenza ed EBM, ma sulla pertinenza-rilevanza delle ipotesi e dei risultati rispetto ai bisogni (ancora) inevasi di salute individuale e collettiva.5
Il decreto sulla ricerca con fini di salute pubblica esplicita la necessità e la possibilità di interpretare il ruolo di controllo in termini di sperimentazione di percorsi innovativi nella produzione di conoscenza: una cultura cosciente delle profonde e non evitabili contraddizioni dell'universo del farmaco, delle tecnologie, della sanità può "tenere" solo se diventa capace di assumersi la responsabilità di formulare domande che ridanno la centralità non agli strumenti (farmaci o dispositivi), ma agli obiettivi di salute individuale e collettiva. Il problema non è più la metodologia della sperimentazione (che deve essere, ovviamente, adeguata), ma la verifica del se e quando la comunità assistenziale è in grado - ha l'autonomia e la capacità culturale ed organizzativa - di rappresentarsi e di esprimersi come soggetto collettivo di ricerca. L'ipotesi - altro non è, considerata la sua formulazione che data solo pochi anni - è in fase attiva di verifica sul campo, sperimentando anche la praticabilità di creare spazi di autonomia di finanziamento e/o di esplorare (è il caso del modello TTO) strategie di condivisione del rischio di ricerca trasferibile tra produttori di medicinali e responsabili di salute pubblica.
Trent'anni dopo i farmaci essenziali e la dichiarazione di Alma Ata, l'affermazione dei principi e dei criteri della continuità tra servizi essenziali di salute e diritti fondamentali degli individui e delle persone è interpretabile solo in termini di ricerca. Come in tutte le ricerche - sperimentali ed osservazionali - ciò che più conta è la chiarezza nella formulazione dell'ipotesi e degli obiettivi. I risultati non sono, per definizione, anticipabili se non come probabilità attese. È interessante trovarsi - in un paese che un tempo (e specificamente in quello cui rimandano i documenti dell'OMS citati nel titolo) aveva un ruolo marginale soprattutto nella formulazione delle ipotesi - nella posizione di aver anticipato i temi sui quali l'IGWGI (Inter Governmental Working Group on Innovation) deve riportare nell'Assemblea dell'OMS di quest'anno per rispondere alla domanda: può l'innovazione essere compatibile, in una società di mercato, con le esigenze di salute pubblica? Una delle ipotesi di risposta è che la salute pubblica è l'innovazione: anche questa è un'ipotesi di ricerca, i cui termini di riferimento sono, in fondo, gli stessi che si confrontavano trent'anni fa, proponendo ciò che è essenziale come condizione per assicurare risposte a tutte/i coloro che ne hanno diritto in quanto ne hanno il bisogno.
I farmaci essenziali: il WHO TRS 615
Nel 1977, l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) pubblica il primo report sui farmaci essenziali (1). Indicato con l'acronimo WHO TRS 615 (World Health Organization, Technical Report Series, No. 615), il report tecnico costituisce la prima lista di farmaci "essenziali" cioè definiti tali da "soddisfare le necessità di cura della maggioranza della popolazione e sempre disponibili in quantità sufficiente e sotto la forma farmaceutica appropriata". La lista, redatta da una commissione di esperti indipendenti provenienti da tutti i paesi del mondo, dal 1977 ad oggi, è stata aggiornata ogni due anni (2). L'ultimo aggiornamento, pubblicato nel marzo del 2007 (3), ne costituisce la quindicesima versione ed è stato integrato nell'ottobre dello stesso anno con la pubblicazione della prima lista di farmaci essenziali a uso pediatrico (4). Il report tecnico, inizialmente costituito da un unico elenco di farmaci, dal 2003 è stato suddiviso in due liste: una lista "principale" che comprende farmaci che rispondono ai bisogni minimi per un sistema di cura di base, efficaci, costo-effettivi ed impiegati per le malattie prioritarie, ed una lista "complementare" che elenca i farmaci essenziali "per malattie prioritarie, ma che necessitano di controlli medicodiagnostici specializzati". I farmaci compresi nei due elenchi, secondo il giudizio della Commissione di esperti, devono rispettare alcuni parametri, quali l'efficacia rispetto alle specifiche patologie, la sicurezza, il costo e l'adeguatezza. Non esiste una lista unica di farmaci essenziali valida per tutti i paesi, ma per ognuno di essi ci sono delle priorità derivanti dalle diverse forme di patologie presenti.
Bibliografia
1. World Health Organization. The selection of essential drugs. Report of a WHO Expert Committee. Geneva, World Health Organization. 1977 (WHO Technical Report Series, No. 615).
2. www.who.int/ medicines/publications/ essentialmedicines/ en/index.html (accesso verificato il 31/03/2008).
3. www.who.int/ medicines/publications/ 08_ENGLISH_indexFIN AL_EML15.pdf (accesso verificato il 31/03/2008).
4. www.who.int/ childmedicines/publicat ions/EMLc%20(2).pdf (accesso verificato il 31/03/2008).
Dichiarazione di Alma Ata (1978)
Nel 1978, nell'ambito della conferenza internazionale sull'assistenza primaria tenutasi ad Alma Ata (URSS), i ministri di 134 paesi membri, in collaborazione con l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e il Fondo delle Nazioni Unite per l'Infanzia (UNICEF) formularono la Dichiarazione di Alma Ata1 sull'assistenza sanitaria primaria (Alma Ata Declaration on Primary Health Care). La Dichiarazione di Alma Ata, espressa in dieci punti, individua nella promozione e nella tutela della salute requisiti essenziali per lo sviluppo economico e sociale e la stabilità mondiale, afferma che i governi sono i responsabili della salute dei propri cittadini e fissa come obiettivo, entro l'anno 2000, il raggiungimento di un livello di salute che permetta a tutti i popoli del mondo di condurre una vita socialmente ed economicamente produttiva. Individua nell'assistenza primaria la chiave per conseguire questo risultato ed esorta i governi e la comunità internazionale a sviluppare ed implementare l'assistenza sanitaria primaria in tutto il mondo, in quanto la salute come "stato generale di benessere fisico, mentale e sociale, e non semplicemente l'assenza di malattia o di infermità, è un diritto umano fondamentale (...)" (1).
Bibliografia
1. www.who.int/hpr/NPH/docs/declaration_almaata.pdf (accesso verificato il 31/03/2008).

